

Ponte in assito ligneo in tavole di tastiera
(Un abbinata azzardata)
La prima sponda
Io non tornerò. E la notte
di Juan Ramòn Jimenez
Io non tornerò. E’ la notte
tiepida, serena e tacita
assopirà il mondo ai raggi
della luna solitaria.
Non sarà più lì il mio corpo
e dall’aperta finestra
entrerà una brezza fresca
chiedendo della mia anima.
Non sarà più il mio corpo
di ritorno dal mio esilio
chi bacerà il mio ricordo
framezzo carezze e lagrime.
Ma ci saran stelle e fiori
e tra sospiri speranze,
e amore per i viali
all’ombra, all’ombra dei rami.
E quel piano sonerà
come in una notte placida
e non avrà chi l’ascolti,
pensoso, alla mia finestra.
* * *
La seconda sponda
The Model
Kraftwerk - 1975
She's a model and she's looking good
I'd like to take her home that's understood
She plays hard to get, she smiles from time to time
It only takes a camera to change her mind
She's going out tonight but drinking just champagne
And she has been checking nearly all the men
She's playing her game and you can hear them say
She is looking good, for beauty we will pay
She's posing for consumer products now and then
For every camera she gives the best she can
I saw her on the cover of a magazine
Now she's a big success, I want to meet her again

Canzone
Fermato il mio cavallo sotto l’albero pieno di tortore, fischio un fischio così puro che non esiste promessa alle rive che mantengono tutti questi fiumi (foglie viventi di mattina sono ad immagine della gloria).
E non è che un uomo non sia triste, ma alzandosi prima di giorno e stando con prudenza nel commercio d’un vecchio albero, appoggiato il mento all’ultima sella, vede in fondo al cielo digiuno grandi cose che pure si mutano in piacere ...
*
Fermato il mio cavallo sotto l’albero che tuba, fischio un fischio più puro. E pace a coloro, se stanno per morire, che non hanno visto questo giorno. Ma del poeta mio fratello si sono avute notizie. Ha scritto una cosa dolcissima. Ed alcuni, si dice, ne avranno conoscenza...
(Traduzione di Giuseppe Ungaretti)
Cammelle dolci
Cammelle dolci sotto la tosatura, cucite in garza di malva, s’avviino alle colline sotto i filari del cielo agricolo.
S’avviino in silenzio sopra le incandescenze pallide della pianura, e si inginocchino alla fine, nel fumo dei sogni, dove i popoli nelle polveri morte della terra si annullano.
Sono grandi linee calme che se ne vanno verso scoloriture turchine di vigne improbabili. La terra in più di un punto matura alimentando le viole col temporale; e questi fumi di sabbia s’alzano al posto dei fiumi rinascenti, come lembi di secoli in migrazione.

Gossip
L’avvocato si dimena
rappresenta la sua scena
frigge tutta l’aria offesa
che gli oscura la difesa
è mansueta la sua faccia
fra la carta che lui straccia
solo un attimo s’ atteggia
tanto dopo si patteggia
coi moventi silurati
gli altri tutti condannati
a pagare un funerale
e un ammenda tutelare
la commessa si imbelletta
non nasconde la sua fretta
di trovare il fidanzato
con il petto sbottonato
che trasuda di fatica
e nasconde un’altra amica
dalla chiacchiera pungente
ed il seno prorompente
che si sbriga più dell’altra
a trovare la ribalta
di un incerto paladino
alle prese col destino
entra in scena una contessa
più la serva che è depressa
che le orienta il parasole
e un bisbiglio di parole
contro l’afa ed il bagliore
provocato da un dottore
che la visita e la sveste
con le mani troppo leste
pronto a dar la medicina
per la sera e la mattina
con il camice pulito
da strizzare col bollito
mentre ignora un altra bizza
che sua moglie gli organizza
La Fata del Lago
Una volta, ma tanto tempo fa, un pastore sorvegliava le sue pecore sulla costa di una montagna bella nebbiosa terra del Galles settentrionale. Quel giorno il cielo era oscuro e le nuvole sovrastavano le montagne, nascondendo la vetta dell’alto monte di Snowdon.
Le acque del lago sottostante, di solito mosse e lucenti, immobili e fredde, erano color del piombo.
Improvvisamente, mentre il pastore sollevava lo sguardo verso le colline più vicine che salivano dolcemente, gli parve che il sole fosse spuntato illuminando la prima parte della vallata, perché le nuvole grigie avevano assunto un aspetto rosa pallido sopra al lago.
Ma quando rivolse lo sguardo verso l’acqua, si accorse che la luce veniva da un’isoletta prossima alla riva, non troppo lontana da dove si trovava egli stesso appoggiato al suo bastone. La luce non veniva proprio dall’isola, ma da una fanciulla che stava in piedi su di essa, pettinandosi i capelli dorati. Era la più bella fanciulla c’egli avesse mai visto o che si fosse mai sognato di vedere.
Il cuore del pastore fu subito pieno d’amore, dal momento in cui i suoi occhi si posarono su di lei. A bocca aperta, senza osar neppure di respirare, si avvicinò lentamente alla riva, finché non li separò una stretta lingua d’acqua.
La fanciulla allora lo scorse e, sorridendo dolcemente, gli si avvicinò e gli tese le mani. Senza nemmeno pensare a quel che faceva il pastore tolse dalla bisaccia il formaggio e il pane ben cotto che sua madre gli aveva dato per mangiare e glielo offrì.
Scivolando sull’acqua come se camminasse sulla terraferma, la fanciulla gli venne accanto, ma quando vide quello che egli aveva in mano, cantò:
Un pan troppo crudo mi dai da mangiare !
se non cambi offerta, amor mio non sperare
Poi, mentre egli le tendeva le braccia, scosse la testa e svanì nel lago.
Quella sera, tornato a casa, il giovane pastore narrò a sua madre quanto gli era accaduto e alla fine del suo racconto disse:
- Non posso vivere senza di lei. Non mi importa più nulla della vita se non riesco ad avere in moglie la fata del lago.
Il giorno dopo, siccome alla fata non era piaciuto il pane biscottato, la madre del pastore gli dette, insieme al formaggio, un pane morbido e ben lievitato ed egli si affrettò a ritornare presso il lago.
La bella fanciulla ritornò ancora una volta verso di lui scivolando sulle acque, mentre egli le porgeva il pane il pane ed il formaggio, e la chiamava dolcemente. Ma quando gli fu accanto e vide quel che aveva in mano, cantò:
Un pane mal cotto mi dai da mangiare
se non cambi offerta, amor mio non sperare !
Poi nonostante ch’egli le tendesse le braccia, scosse la testa e svanì nel lago.
Tornato a casa, il giovane pastore raccontò nuovamente a sua madre quanto gli era accaduto e terminò così:
- Non posso vivere senza di lei. Non mi importa nulla della vita, se non riesco ad avere per moglie la fata del lago.
A queste parole, sua madre si mise subito al lavoro e cosse per lui un pane speciale: questa volta non troppo cotto né troppo morbido, ma proprio al punto giusto: aveva una crosta croccante ed era ben lievitato, e all’interno era soffice e odoroso.
La mattina dopo il giovane pastore si recò ancora una volta al lago e rimase alla riva tutto il giorno, appoggiandosi al bastone e guardando ansiosamente verso l’isoletta. Ma non apparve nessuna fata e le nuvole calarono sempre più oscure fino a quando il lago non divenne di nuovo grigio come il piombo . Mentre stava per andarsene tutto disperato, scorse due o tre mucche scure che sembravano camminare sull’acqua; dietro a loro veniva la bella fanciulla.
Il pastore si affrettò di nuovo verso la riva ed entrò perfino nell’acqua gelida, chiamandola per porle il pane ed il formaggio. La fata si avvicinò al suo grido e, quando ebbe preso il pane ed il formaggio e l’ebbe assaggiato, cantò:
Il pane è ben cotto e lo posso mangiare !
con tutto il mio amore or ti voglio premiare !
Il pastore le tese la mano e le disse quanto l’amava e che sarebbe morto se non l’avesse potuta sposare. La fata gli prese la mano e lasciò che la guidasse a riva. Con voce dolce, gli rispose così:
- Anch’io ti amo e sarò tua moglie … una buona moglie, come può essere qualunque ragazza umana, ma ad una condizione: mi perderai per sempre, se mi percuoterai tre volte. Al terzo colpo, infatti, dovrò tornare volente o nolente, al palazzo di mio padre che è posto sotto le acque del lago.
Naturalmente il pastore promise di non colpirla mai ed essa lo seguì sulla terra ferma. Ma quando fu in cima alla collina, si volse e cantò così:
Giovenca brizzolata, di bianco picchiettata
giovenca a grandi toppe e tutta maculata;
e voi, mie quattro mucche, pomellate di rosso,
tu che sei vecchia e bianca, e stronfi a più non posso ...
e tu giovenca grigia, e tu giovenca nera,
insieme al toro bianco, seguitemi stasera !
Mentre cantava così, una mandria di giovenche uscì dal lago e la seguì. seguitò a cantare e la seguirono anche quattro buoi grigi, pronti a tirare l’aratro ed un gregge di pecore dal mantello folto e lucente.
Il pastore si portò a casa la fata del lago con la sua dote, si sposarono, vissero felicemente ed ebbero tre figli. Ma dopo la nascita del terzo, nel giorno fissato per il battesimo, accadde che il pastore dicesse alla moglie fata:
- La chiesa è troppo lontana per arrivarci a piedi coi bambini, vai a prendere i cavalli così arriveremo più in fretta e senza fatica. – La moglie rispose:
- Si certo; nel frattempo, per favore, vai a casa a prendermi i guanti.
Il pastore assentì e quando ritornò vide che la moglie non era ancora andata a prendere i cavalli. Allora le batté leggermente i guanti sulla spalla e le disse:
- Disobbediente ! Vai presto a prendere i cavalli come ti ho detto ! – La donna lo guardò in modo strano e mormorò:
- ... questa è la prima volta ! – Poi andò a prendere i cavalli.
Gli anni passavano ed il pastore e sua moglie vivevano felicemente. Nel Galles del Nord nessuno, prima di allora, aveva gustato latte e burro così buono come quello delle mucche fatate; nessun campo era coltivato così bene come quello arato dai buoi fatati ed in nessun altro posto si poteva trovare una lana fine come quella che cresceva addosso alle pecore fatate.
Ma un giorno, si celebrarono le nozze della figlia di un gran signore, padrone di un castello situato nel bordo del lago, con il vecchio proprietario di un castello posto sulle montagne. La moglie del pastore, che era presente alla cerimonia, scoppiò improvvisamente a piangere, nonostante la gioia e l’allegria che regnavano intorno a lei. Il marito la batté aspramente sulla spalla, sussurrandole:
- Attenta a non offendere i nostri ospiti ! Perché mai piangi ad un matrimonio ? – Essa rispose:
- Perché a quella coppia di sposi si sta preparando un triste futuro … ed anche per noi si prepara una disgrazia, perché questa è la seconda volta che mi batti senza ragione. Sta’ attento, sta’ molto attento, perché il prossimo colpo sarà l’ultimo.
Gli anni passarono ed il pastore cominciò a farsi vecchio, mentre i tre figli erano ormai adulti e studiavano la scienza medica.
Avvenne allora che morisse il gran signore proprietario di tutte le terre di quei paraggi e il pastore e sua moglie andarono al suo funerale. Mentre tutti piangevano, ad un tratto la fata si mise a ridere e le sue risate risuonarono fresche ed argentine. Essa non era invecchiata, ma era rimasta sempre la fanciulla bella e allegra che, un giorno lontano, era arrivata scivolando sulle acque del lago.
Stupito e vergognoso, il pastore la scosse per le spalle e le chiuse la bocca con la mano esclamando:
- Ti pare questo il modo di ridere ? – Essa rispose:
- Ridevo, perché quest’uomo che è morto si è lasciato alle spalle tutti i suoi guai. Ma ahimè, i tuoi guai devono ancora cominciare ! Mi hai colpito per la terza ed ultima volta e devo lasciarti.
Dal Lago mi chiamano ed io Devo Andare.
Così dicendo uscì dalla chiesa ed attraversò la campagna diretta verso il lago. Mentre se ne andava, cantava così:
Giovenca brizzolata, di bianco picchiettata
giovenca a grandi toppe e tutta maculata;
e voi, mie quattro mucche, pomellate di rosso,
tu che sei vecchia e bianca, e stronfi a più non posso.
E tu giovenca grigia, e tu giovenca nera,
insieme al toro bianco, seguitemi stasera.
Le mucche che erano nella stalla si precipitarono fuori, anche se molte di esse, ch erano strettamente legate, dovettero tirarsi dietro la mangiatoia. Mentre la fata seguitava a cantare la seguirono anche i buoi, ancora aggiogati all’aratro e le pecore che si trascinavano dietro gli agnellini belanti.
Tutte le bestie seguirono la fata oltre la collina fin dentro le acque del lago, e nessuno la vide mai più, ma ancor oggi resta sulla collina il segno dell’aratro tirato dai buoi fatati che avevano lasciato il lago per seguire la fata sulla terra.
Il vecchio pastore pianse amaramente la perdita della sposa, ma i figli lo consolarono dicendo:
- Non essere triste, padre caro. Essa veglia certamente su di noi e forse un giorno ritornerà.
Così, ogni notte, anche quando il padre fu morto, i tre figli solevano andarsene presso le acque scure del lago per chiamare la madre.
Una notte di luna piena esse venne da loro, sempre giovane e bella come il pastore l’aveva vista. Salutandoli teneramente, disse loro che li amava ancora come prima e che li avrebbe aiutati se si fossero trovati nei guai; poi aggiunse sorridendo:
- Vi ho portato queste erbe magiche, con le quali diverrete i più grandi dottori di tutto il Galles. Eccovi un’erba per curare le malattie degli occhi, eccone una per curare le febbri ed eccone una terza per far rimarginare le ferite. Piantatele e coltivatele con cura; grazie ad esse la vostra fama si diffonderà ovunque e sarete onorati e rispettati.
Poi li salutò, ritornò nel lago e tutto avvenne come ella aveva predetto. Le piante crebbero e vennero usate dai figli, dai nipoti e dai pronipoti, e tutti gli abitanti di quel territorio benedissero con ragione il nome della Fata del Lago.
potete trovare altre favole come questa su:
Lib(e)ro
Postulato
di Christoph Wilhelm Aigner
Nella sezione trasversale il centro del nostro midollo spinale, la scatola grigia, presenta la forma di una farfalla. Se ipotizziamo che in media il midollo di un adulto sia lungo un metro, e lo tagliamo in fette di mezzo millimetro ciascuna, allora ne ricaviamo duemila farfalle, piccole e grandi, delle quali avvertiamo il battito d’ali, come quando ci piace davvero qualcosa o qualcuno.
E se si afferma, e potrebbe essere vero, che già una minuscola bugia si avverte al tatto come una farfalla si polverizzasse tra i palmi delle mani, è possibile misurare a quale usura sia soggetto il centro della nostra spina dorsale.

[… Before I sink
into the big sleep
I want to hear … I want to hear …
the scream of the butterfly
come back baby, back into my arms...]
Jim Morrison
“When the Music’s over” - 1967
Suburbun Night
Non rallegriamoci troppo nella nostra capacità di estromettere il buio della notte per mezzo di un’enorme, impressionante rete di illuminazione artificiale, dalle piazze ai sotterranei, dai grandi teatri alle più vischiose latrine, dove abbiamo paura di sostare se l’interruttore, ancor più della serratura, non funziona:
aver tolto il buio, e in questo non aver di rimando illuminato il mondo, non ha cancellato la notte; e se compito era, di sicuro è stato eseguito male.
Adamo - La notte - 1965
Se il giorno posso non pensarti
la notte maledico te
e quando infine spunta l'alba
c'è solo vuoto intorno a me
La notte tu mi appari immensa
invano tento di afferrarti
ma ti diverti a tormentarmi
la notte tu mi fai impazzire
La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir
E la tua voce fende il buio
dove cercarti non lo so
ti vedo e torna la speranza
ti voglio tanto bene ancora
Per un istante riappari
mi chiami e mi tendi le mani
ma il mio sangue si fa ghiaccio
quando ridendo ti allontani
La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir
Il giorno splende in piena pace
e la tua immagine scompare
felice tu ritrovi l'altro
quell'altro che mi fa impazzire
La notte
mi fa impazzir
mi fa impazzir
mi fa impazzir
La storia necessita di precedenti
meglio se non penali.
(commento che dopo aver scritto da qualcuno, ho preferito cancellare)
Nightporter
David Sylvian - Japan - 1980
Could I ever explain this feeling of love?
It just lingers on
The fear in my heart that keeps telling me
Which way to turn
We'll wander again
Our clothes they are wet
We shy from the rain
Longing to touch all the places we know we can hide
The width of a room that can hold so much pleasure inside
Here am I alone again
A quiet town where life gives in
Here am I just wondering
Nightporters go
Nightporters slip away
I'll watch for a sign
And if I should ever again cross your mind
I'll sit my room and wait until nightlife begins
And catching my breath, we'll both brave the weather again
Here am I alone again
The quiet town where life gives in
Here am I just wondering
Nightporters go
Nightporters slip away
L'Ira delle Fate
C'era una volta un principe il quale non sognava altro che mangiare e bere. Quando fu grande, decise di costruirsi un enorme palazzo per banchettarvi con i suoi amici. Ma nel regno di suo padre non vi erano molti alberi, ad eccezione di un folto boschetto che nessuno osava toccare , perché in ognuno degli alberi dimorava una fata.
Al principe però non importava nulla né delle fate né dei loro alberi, quindi armò di accette e scuri gli amici e i servitori dando loro ordine di abbattere quelle piante per costruire il suo palazzo: infatti si fa più presto a costruire con il legno che con le pietre, e la gran sala che aveva in mente di erigere all'interno aveva bisogno di lunghe travi e di numerosi travicelli per il tetto.
Gli amici del principe esitavano a toccare il boschetto delle fate. Ma il principe stesso afferrò una scure un'enorme quercia che sorgeva in mezzo alle altre piante gridando:
- Anche se quest'albero fosse una fata, e non soltanto una pianta a lei particolarmente cara, lo colpirei lo stesso, come faccio ora, e lo abbatterei per farne l'architrave della mia sala banchetti !
Così dicendo, incise profondamente il tronco con la scure. L'albero si lamentò e sembrò che dal lato ferito sgorgasse sangue insieme alla linfa vitale. Il principe lo colpì di nuovo e le ghiande impallidirono mentre dei rami ondeggianti si udì provenire una voce che gridava con tono adirato:
- Uomo empio e crudele ! smetti di colpire ! Questo è l'albero delle fate, e se lo ferisci. La nostra regina ti punirà.
Ma il principe rispose:
- Stai attenta, anche se sei una fata, perché potrei colpirti con la mia scure ! quest'albero e tutti gli altri di questo boschetto serviranno a costruire un palazzo nel quale banchetterò con i miei amici per anni ed anni, finché mi piacerà.
Mentre il principe ed i suoi compagni continuavano a colpire la povera pianta che gemeva e scricchiolava, la voce si fece udire di nuovo:
- La punizione per la tua malvagità e la tua ingordigia è vicina ! Bada, perché io sono la fata di quest'albero e la nostra regina mi ama più di ogni altra fata al suo seguito !
Ma il principe si limitò a ridere e ben presto la grande quercia rovinò al suolo. Poco dopo il boschetto di querce e di pioppi venne abbattuto; gli alberi divennero pilastri, travi ed assi, e ben presto fu costruito un palazzo con un ampio salone dove il principe banchettava tutto il giorno e buona parte della notte con i suoi amici oziosi.
La fata dell'albero però si mise in cammino, dirigendosi verso il castello della regina delle fate che regnava su tutti gli alberi e tutti i fiori che crescono sulla terra. Quando vi giunse la supplicò di punire il principe malvagio che aveva fatto abbattere il boschetto,
- Sarà come desideri ! disse la regina delle fate - Prendi il mio cocchio tirato da draghi, e recati da quella strega malvagia chiamata Fame. Quando l'avrai trovata dille le ordino di andare da questo principe e di stregarlo con le sue arti. Fa' che essa s'impadronisca di lui, i morsi della Fame diventeranno sempre peggiori, lascia che in lui la Fame diventi allora un fuoco rovente e sempre più atroce.
La fata dell'albero dovette fare un viaggio lungo e pericoloso. Ma, alla fine, giunse ad una caverna in un monte tutto avvolto nel ghiaccio, dove poté trasmettere l'ordine ad una vecchia ed orribile strega che sembrava tutta pelle, tendini ed ossa. Quando l'ebbe udito, la Fame emise un riso stridulo, si stropicciò le mani ossute e un istante dopo era già partita per compiere la sua missione, facendosi trasportare con selvaggia grida di giubilo dal freddo vento del Nord.
Il principe dormiva, dopo aver gozzovigliato tutto il giorno e, quando la Fame entrò in lui, cominciò a sognare di starsene seduto a tavola nella sala dei banchetti, ma gli sembrò che ogni pietanza postagli davanti si tramutasse in aria fredda non appena se la portava alle labbra, tanto che egli batteva e digrignava i denti senza riuscire a serrare su nulla.
Si svegliò con una fame tremenda e gridò che gli venissero subito portati tutti i cibi ed i vini del mondo. Venti cuochi dovevano preparargli le vivande e dodici servitori dovevano passargliele e mescergli del vino. Ma più mangiava e più aveva fame. Più bevevo e più aveva sete e per quanto mangiasse, ogni giorno diventava più magro.
Ormai nella grande sala dei banchetti non si tenevano più feste e il principe si sedeva tutto solo, intento a mangiare e a bere. Il re e la regina, suoi genitori, avevano il cuore spezzato e si vergognavano della terribile maledizione caduta sul capo del loro figliolo.
Inventavano delle scuse per quelli che vanivano a visitarlo:
- Non è in casa … è stato gravemente ferito dalla zanna di un cinghiale … è andato a contare i suoi greggi di pecore sul monte … non può ricevervi perché è stato colpito da una piastrella durante i Grandi Giochi …
Ma alla fine si abbandonarono alla disperazione e morirono ambedue. Ben presto il principe divenne tanto povero che dovette mettersi a vagabondare come un mendicante. Infatti, quando ebbe divorato tutti i suoi greggi e le sue mandrie, i suoi cavalli e i suoi muli e persino il gatto che acchiappava i topi, dovette vendere tutto quello che v'era nel suo regno per comprarsi cibo e bevande, fino a quando non ebbe più nulla si suo e gli rimase solo Mestra, sua figlia.
Tutti e due si diressero verso paesi stranieri, dove chiedevano l'elemosina per mangiare. Mentre camminavano, spesso il principe si fermava per mangiare l'erba come un bove, o per masticare perfino la corteccia degli alberi.
Nel vagare in una landa desolata e presso gli aridi scogli in riva al mare, il principe sentì il morso della fame così feroce che decise addirittura di mangiare sua figlia Mestra. Ma questa cominciò a correre, chiedendo aiuto alle fate del mare profondo ed esse le concessero la facoltà di trasformarsi come voleva.
Quando alla fine il principe la raggiunse, ella era svanita ed al suo posto un pescatore alto e muscoloso se ne stava presso la riva del mare.
Il principe affamato gli gridò:
- Ehi, tu che lasci penzolare la lenza nel mare ! Ti auguro un mare calmo e molti pesci poco furbi che si lascino adescare ! Dimmi, presto, dov'è quella fanciulla che era qui poco fa, con i capelli spettinati e vestita di stracci ? Eppure l'ho vista proprio dove sei tu ora … Guarda, Guarda ! Le sue tracce arrivano fino a te e poi spariscono …
Mestra si rese conto che le fate del mare avevano esaudito le sue preghiere e rispose con la voce del pescatore:
- Non posso esserti d'aiuto. Da quando sono qui, su questa spiaggia non v'è stato nessuno oltre a me e giuro che non ho visto anima vivace non me stesso durante tutta la giornata.
Il principe non sospettò nulla e non essendo tanto forte da uccidere e mangiarsi il pescatore, decise di accontentarsi di un pesce catturato proprio in quel momento.
Sicura di poter sfuggire ormai alla fame del padre trasformandosi in un uccello e volando via, Mestra riprese il proprio aspetto, con gran sorpresa del principe. Ma ben presto egli escogitò uno stratagemma per guadagnare denaro e comprarsi del cibo.
Infatti, quando giunsero in una città, vendette Mestra come schiava, dicendole di cambiare forma e di raggiungerlo non appena fosse stato fuori dalle mura, al sicuro.
Così vagarono di paese in paese e il principe vendeva Mestra ovunque andassero, per poi ritrovarla sotto forma d'uccello o di altro animale e rivenderla nel suo verom aspetto quando capitava l'occasione.
Alla fine la vendette una volta di troppo. La comprò Autolico, il capo di una banda di ladri, che viveva rubando il bestiame e mutandone il colore. Questi non si fece scappare Mestra sotto alcuna nuova forma, ma la prese in moglie e si fece aiutare da lei nei suoi imbrogli e nelle sue imprese ladresche.
Il principe affamato venne abbandonato in un posto deserto e lì morì.
(...eppur qualcuno sostiene che invece di morire, codesto principe si dette alla politica e trovò sempre modo di aver la pancia piena; come al solito dove sta la verità, dopo tanto tempo, non è dato a noi sapere...)
Lib(e)ro
Inno all’Oceano
di George Gordon Lord Byron
Ondeggia. Oceano nella tua cupa e azzurra immensità.
A migliaia le navi ti percorrono invano;
l’uomo traccia sulla terra i confini,
apportatori di sfortune,
ma il suo potere ha termine sulle coste,
sulla distesa marina.
I naufragi sono tutti opera tua,
e l’uomo da te vinto,
simile a una goccia di pioggia,
s’inabissa in un gorgoglio lamentoso,
senza tomba, senza bara,
senza rintocco funebre, ignoto.
. . . . . . .
Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma,
Cartagine?
Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti.
Poi vennero parecchi tiranni stranieri,
la loro rovina distrusse i regni in deserti;
non così avvenne per te, immortale
e mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde
il tempo non lascia traccia
sulla tua fronte azzurra.
Come ti ha visto l’alba della Creazione,
così continui a essere mosso dal vento.
E io ti ho amato, oceano,
e la gioia dei miei svaghi giovanili,
era di farmi trasportare dalle onde
come la tua schiuma;
fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
a me dava gioia,
perché ero come un figlio suo.
E mi figuravo le sue onde, lontane e vicine,
e giuravo sul suo nome, come ora.

Grazie ad Anyanka, che nel suo amabile blog risponde a questi stessi quesiti, provo a rivelarvi i miei gusti letterari. Naturalmente, a chi interessa :-)
1) Quando leggi un libro fai l'angolo alla pagina od usi un segnalibro?
i segnalibri per me non sono pratici
2) Hai già ricevuto libri in regalo?
un tempo era un bel regalo
3) Hai mai pensato di scrivere un libro?
v’è andata bene perché non ci penso nemmeno
4) Cosa ne pensi dei libri tipo trilogie?
di solito un soggetto è già consumato alla seconda uscita
5) Hai un libro che ritieni un "cult" per te?
storie di ordinaria follia – Charles Bukowsky
6) Ti piace rileggere i libri?
alcuni, non tantissimi ad essere onesti, li ho riletti più di cinque volte
7) Ti piacerebbe incontrare gli autori dei libri che leggi?
Li ho già incontrati mentre li leggevo, se mi sono piaciuti.
8) Ti piace parlare delle tue letture?
No, perché non c’è un collegamento logico tra loro
9) Come scegli i tuoi libri?
girando per caso vicino alla bancarella della mensa consortile
10) Una lettura inconfessabile?
Cuore – Edmondo de Amicis
11) Il tuo posto preferito per leggere?
A letto di fianco con il gomito sinistro infilzato nel materasso che dopo un po’ inizia a formicolare.
12) Qual'è il tuo libro ideale?
il libro che non cercavi e scopri per caso (o in casa)
13) Leggere da sopra la spalla?
Ma neanche io ho capito bene ... forse significa sbirciare mentre sta leggendo un altro. In questo caso no.
14) Televisione, videogioco o libro?
Nulla esclude gli altri
15) Leggere e mangiare?
se uno c’ha fame ...
16) Un libro elettronico?
spero non mi dia la scossa se non rimango attento
17) Libro prestato o comprato?
Come lo trovo
18) Hai già abbandonato la lettura di un libro?
Si, svariate volte, quando proprio non “camminava”
19) Qual'è il primo libro d'amore che hai adorato?
Cime Tempestose – Emily Bronte
20) Il tuo libro preferito?
Il cielo è rosso – Giuseppe Berto
21) Il tuo scrittore preferito?
Gianni Rodari
22) Genere preferito?
Libri di favole :-)
23) Qual'è il libro che proprio non ti è piaciuto?
L’Ulisse di Joyce, sono uno di quelli che non ci ha capito nulla...
24) Guardi i film dopo aver letto il libro?
a volte anche il contrario
25) Tieni i libri, li presti o li dai via?
Se li presti non tornano mai, un po’ come le audiocassette tempo fa
26) Leggi in bagno?
Le etichette dello shampoo
27) Conclusione?
Grazie Any ! Many kisses :***