Sciroppo d' Acero

c'è forse motivo di scansare chi bacia ?


Chi sono

Utente: RaymondBabbit
con la mia zerodue io di notte disegno ragni assonnati con zampe lunghe e sottilissime sperando che restino miei amici pur non volendo essere toccato

No all'orgoglio pedofilo








adopt your own virtual pet!



Partecipano

<$BlogMembersCollapsed$>

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
sabato, 07 novembre 2009

La Fortuna Nel Giardino
 
C’era una volta un principe che volle mettersi in viaggio per vedere il mondo. Partì dunque in cerca d’avventure con le tasche piene d’oro attinto dal tesoro di suo padre.
Era un principe gentile ed amichevole, ma non molto saggio e quando in un’osteria incontrò un altro viaggiatore che gli propose una partita a carte, accettò di buon grado senza sospettare neppure l’ombra del pericolo.
L’altro sembrava un uomo onesto e un compagno piacevole. Giocava assai meglio del principe che si trovò ben presto con le tasche vuote mentre quelle del compagno erano piene zeppe.
-          Giochiamo l’ultima partita – suggerì costui. – Se vincerai, ti renderò tutto il tuo denaro, se invece perderai, diventerai il mio servitore per sei anni di seguito.
Il principe si dichiarò d’accordo e perse ancora una volta.
-          Bene ! – disse allora il viaggiatore con un sorriso crudele. – Per i primi tre anni devi fare il servitore in questa osteria e poi venire da me. Io sono il re del paese in cui ti trovi e sono il nemico mortale di tuo padre. Vedrai che razza di lavori ti farò fare !
Non c’era altra via da prendere, perché era in gioco l’onore stesso del principe. Perciò, per tre anni egli lavorò all’osteria senza paga, guadagnandosi solo il cibo necessario per nutrirsi. Alla fine di questo periodo si diresse al palazzo che distava un giorno di cammino, portando con sé soltanto un tozzo di pane ed una fiasca d’acqua.
Aveva appena percorso un breve tratto di strada affocata e polverosa, quando incontrò una povera donna con in braccio un bambino che piangeva disperatamente per la fame e la sete.
-          Dategli questo – esclamò il principe generoso e porse il tozzo di pane e la fiasca dell’acqua al bambino che li finì in un batter d’occhio.
La donna lo ringraziò calorosamente e gli disse:
-          Ascoltatemi, signore, perché le mie parole vi potranno essere d’aiuto. Se continuate per la stessa strada, sentirete un intenso profumo di fiori provenire dal giardino. Entrate e nascondetevi più vicino che potete ad uno specchio d’acqua che troverete poco distante. Quindi tre tortorelle verranno a fare il bagno, afferrate l’ultima per la sua veste di penne e non lasciate la presa finché non vi avrà concesso tre dono.
Il principe fece quanto gli aveva consigliato la donna. Mentre stava rannicchiato presso uno specchio d’acqua tutto recinto di marmo nel più bel giardino che avesse visto, giunsero al volo tre tortore. Una per una si spogliarono della loro veste di penne appena toccarono l’acqua, trasformandosi subito in tre splendide ragazze. Quando la terza tortora gli passò accanto, il principe balzò su e le strappò la veste di penne. La bella fanciulla che gli apparse davanti gli disse:
-          Principe ti darò il mio anello, la mia collana ed una piuma della mia veste. Quando ti troverai in difficoltà, prendi uno di questi tre oggetti ed esclama: “Tortorella Aiutami !” ed io verrò. Devi sapere infatti che io sono la figlia de re mago, quello che tu vai appunto a servire e che è tuo nemico mortale.
Così detto la principessa si rimise la veste di piume e mutandosi di nuovo in tortora volò via come avevano già fatto le sue due sorelle.
-          Bene ! esclamò il re mago quando si vide davanti il principe. Ti ho preparato dei compiti da svolgere e se non riuscirai a portarli a termine morirai. Prendi questi tre sacchi di miglio, grano, ed orzo: seminali, falciali e macinali durante la notte e domattina portami delle pagnotte di pane fatte con il raccolto.
A quest’ordine il principe rimase senza parole per l’orrore, ma raccolse i tre sacchi e li portò subito nella sua stanza. Lì tirò fuori la penna magica ed esclamo:
-          Tortorella aiutami !
-          Che c’è ? – domandò la tortora entrando al volo attraverso la finestra aperta. Quando ebbe udito di che si trattava, rispose:
-          Non aver paura – e volò via. Il principe andò a letto e la mattina dopo, quando si svegliò, non vide più i tre sacchi, ma al loro posto, vicino al letto, c’erano tre pagnotte,
Balzò in piedi cantando allegramente e, quando si fu vestito, le portò al re mago che aggrottò irosamente le ciglia dicendo:
-          Bene. L’uomo che sa far questo, con altrettanta facilità può trovare l’anello che mia figliola maggiore ha lasciato cadere dal mare.
Il principe se ne andò e appena ebbe toccato l’anello che gli aveva dato la principessa esclamando: “Tortorella aiutami” – la tortora gli si posò vicino chiedendogli cosa volesse. Quando il principe glielo ebbe detto, l’uccellino gli ordinò:
-          Prendi un coltello e un bacile, vai sulla spiaggia ed entra nella barca che troverai presso la riva.
Il principe fece come gli aveva ordinato ed appena ebbe salpato con la sua barchetta, la tortorella venne a posarsi in volo sull’albero. Quando furono al largo gli disse:
-          Tagliami la testa e fai in modo che tutto il sangue cada nel bacile, poi gettala in mare insieme al corpo.
Il principe fece come gli aveva detto e dopo poco la tortora volò fuori dall’acqua del mare sana e salva, con l’anello nel becco. Lo dette al principe, si soffermò un momento sull’orlo del bacile e volò via. Quando il giovane guardò dentro il bacile, vide che non c’era rimasta neppure una goccia di sangue.
Tornò a casa con la sua barca alla spiaggia e dette l’anello al re che la fulminò con un’occhiata minacciosa e gli disse:
-          Questa volta ti sottoporrò ad una prova difficile. Stasera devi montare il mio puledro selvaggio, cavalcare fino al campo e domarlo a perfezione.
Appena il principe ebbe preso la collana che gli aveva dato la principessa, esclamano “Tortorella adorata, vieni ad aiutarmi ! – la tortora gli si posò sulla spalla e disse:
-          Il re vuole ucciderti, ma tu fa’ come ti dico. Mio padre stesso sarà il puledro selvaggio, mia madre la sella, le mie sorelle le staffe ed io sarò la briglia. Non avrai altro da fare che lasciare la briglia sciolta, ma procurati un buon randello invece della frusta e non risparmiare i colpi.
Il principe si mise all’opera e trattò così rudemente il puledro, senza usare maniere migliori per la sella e per le staffe che, quando tornò al palazzo per annunziare che il puledro era ormai domato e si mostrava più docile di un palafreno di una dama, trovò il re malconcio oltre ogni dire. Avevano dovuto avvolgerlo in panni inzuppati d’aceto, mentre la regina era così irrigidita da non potersi muovere e le due principesse erano a letto con diverse costole rotte.
Invece la minore era incolume e quella notte volò, come una tortora, nella stanza del giovane, riprese il suo bell’aspetto umano e disse:
-          Non ci resta che scappare, ora che siamo tutti troppo pieni di guai, per curarsi di noi. Corri alla stalla, sella il cavallo più esile che troverai e cavalca fin dentro la foresta. Ti raggiungerò subito.
Il principe fece come gli aveva detto, ma fu tanto sciocco da scegliere un cavallo grosso, perché gli sembrava più forte di quello smilzo. Quando la principessa lo raggiunse e vide che non aveva seguito il suo consiglio, era ormai troppo tardi per tornare indietro.
-          In questo modo ci acchiapperanno ! – disse la fanciulla con un sospiro – Il cavallo esile che ti avevo raccomandato di prendere era il più svelto del mondo, e cavalcava veloce come il pensiero.
Quando il re si accorse che erano fuggiti, si trascinò brontolando ed imprecando fino alla stalla, montò in groppa al destriero smilzo e filò via come un baleno. Ma la principessa lo vide arrivare e in un attimo trasformò il cavallo in una cella, il principe in un eremita e se stessa in una monaca.
-          Non ho visto anima viva – disse l’eremita – quando fu interrogato dal re e questi dovette tornare deluso al palazzo dove raccontò alla regina quello che gli era capitato.
-          Idiota ! – gli gridò costei, che come strega, in fatto a magia valeva molto di più del marito, al gioco delle carte invece meno. – La cella, l’eremita e la monaca non erano altro i due fuggitivi che stavi inseguendo. Se tu mi avessi portato anche un solo pezzetto della veste di lei o una pietra della cella, ora sarebbero in mio potere. Corri a raggiungerli !
Il re mago balzò via veloce come il pensiero. Ma la principessa lo vide venire e trasformò il cavallo in un giardino, se stessa in un roseto, e il principe in un giardiniere.
-          Avete visto un giovanotto ed una ragazza passare qui a cavallo ? – chiese il re. Ma il giardiniere scosse la testa in segno di diniego e seguitò a potare il roseto, mentre il re tornava a casa per riferire l’accaduto alla regina.
-          Idiota ! – gli gridò ancora costei. Se tu m’avessi portato anche una sola rosa o una manciata di terra, sarebbero stati entrambi in mio potere. Non c’è tempo da perdere ! Rimettiti all’inseguimento e, questa volta, verrò anch’io con te !
La principessa li vide arrivare e trasformò il cavallo in uno specchio d’acqua, se stessa in un’anguilla e il principe in una tartaruga. Ma la regina li riconobbe subito e disse:
-          Vieni figlia mia, ed io t’accorderò il perdono.
L’anguilla scosse la testa negativamente. Allora la regina ordinò al re e di riempire una bottiglia con l’acqua dello stagno, perchè non riusciva ad acchiappare l’anguilla. Tuttavia, mentre egli stava tirando su la bottiglia dell’acqua, la tartaruga gliela fece cader di mano. Allora la regina si dette per vinta e tornò al castello. Prima di andarsene però lanciò una maledizione sul principe, augurandogli di dimenticare completamente la principessa. Il giovane non credette che un simile augurio si potesse avverare, ma la fanciulla pianse amaramente. Quando finalmente fu giunto a casa, accadde che egli la dimenticasse per davvero e la lasciasse nell’osteria dove era stato derubato con l’inganno dal mago. Il padre del principe fu oltremodo contento nel rivederlo e gli combinò uno splendido matrimonio con una principessa di un regno vicino.
Ma il giorno delle nozze una tortora volò sulla spalla del principe e gli lasciò cadere in mano una penna, un anello e una collana. Nel vederli il giovane cominciò a riacquistare la memoria ed esclamò:
     -      Tortorella Adorata Aiutami !
In un attimo la tortora si trasformò nella sua amatissima principessa, l’incantesimo si spezzò ed essi si sposarono.
Da quel giorno, come potrete immaginare, vissero felici e contenti per tutto il resto della loro vita, ma vi ricordo che c’è una principessa libera, ancora in attesa di un degno principe: chissà che non stia aspettando proprio voi ? :-)

 potete trovare altre favole come questa su:
Lib(e)ro
sciroppato da: Raymond | link | commenti (1)
categorie: favole
venerdì, 23 ottobre 2009

Ponte in assito ligneo in tavole di tastiera
(Un abbinata azzardata)

La prima sponda

Io non tornerò. E la notte
di Juan Ramòn Jimenez

Io non tornerò. E’ la notte
tiepida, serena e tacita
assopirà il mondo ai raggi
della luna solitaria.

Non sarà più lì il mio corpo
e dall’aperta finestra
entrerà una brezza fresca
chiedendo della mia anima.

Non sarà più il mio corpo
di ritorno dal mio esilio
chi bacerà il mio ricordo
framezzo carezze e lagrime.

Ma ci saran stelle e fiori
e tra sospiri speranze,
e amore per i viali
all’ombra, all’ombra dei rami.

E quel piano sonerà
come in una notte placida
e non avrà chi l’ascolti,
pensoso, alla mia finestra.

* * *
La seconda sponda

The Model
Kraftwerk - 1975

She's a model and she's looking good
I'd like to take her home that's understood
She plays hard to get, she smiles from time to time
It only takes a camera to change her mind

She's going out tonight but drinking just champagne
And she has been checking nearly all the men
She's playing her game and you can hear them say
She is looking good, for beauty we will pay

She's posing for consumer products now and then
For every camera she gives the best she can
I saw her on the cover of a magazine
Now she's a big success, I want to meet her again

 



Il suono della disciplina regolava i flussi temporali della fabbrica delle nuvole ad intervalli ciclici e costanti.
Una conformazione di specchiere modulate, riverite e spavalde ispettrici alle crisi d’affanno delle fenditure brulicanti nel connubio, bruciava di riflesso il propellente tra fragorose esplosioni ed inaspettati equilibrismi scenici.
La macina dei pigmenti perfezionava il processo produttivo e la reazione finale si promulgava senza alcun pentimento pregresso.
Per chi c'era o non c'era, ma comunque autorizzato ancora a crederci.

 
sabato, 10 ottobre 2009

Ma dove vanno i Marinai

dallo storico Tour del 1979 Banana Republic
Dalla e De Gregori
o Di Gregori e Dalla
se meglio preferite





Ma dove vanno i marinai
con le loro giubbe bianche
sempre in cerca di una rissa o di un bazar
Ma dove vanno i marinai
con le loro facce stanche
sempre in cerca di una bimba da baciar.
Ma cosa fanno i marinai
quando arrivano nel porto
vanno a prendersi l'amore dentro al bar
qualcuno è vivo per fortuna
qualcuno è morto
c'è una vedova da andare a visitar.
Ma come fanno i marinai
a riconoscersi sempre uguali sempre quelli
all'Equatore e al Polo Nord
ma come fanno i marinai
a baciarsi tra di loro
a rimanere veri uomini però.
Intorno al mondo senza amore
come un pacco postale
senza nessuno che gli chiede come va
col cuore appresso a una donna
una donna senza cuore
chissà se ci pensano ancora, chissà.
Ma dove vanno i marinai
mascalzoni imprudenti
con la vita nei calzoni
col destino in mezzo ai denti
sotto la luna puttana e il cielo che sorride
come fanno i marinai
con questa noia che li uccide
addormentati sopra un ponte
in fondo a malincuore
sognano un ritorno smaltiscono un liquore
affaticati dalla vita piena di zanzare
che cosa gliene frega
di trovarsi in mezzo al mare
a un mare che più passa il tempo
e più non sa di niente
su questa rotta inconcludente
da Genova a New York
ma come fanno i marinai
a fare a meno della gente
e rimanere veri uomini però.
Intorno al mondo senza amore
come un pacco postale
senza nessuno che gli chiede come va
col cuore appresso a una donna
una donna senza cuore
chissà se ci pensano ancora,
chissà.
sciroppato da: Raymond | link | commenti (5)
categorie: caramelle, kisses, hit
sabato, 03 ottobre 2009

Moonlight Shadow
(Mike Oldfield - Lead Vocals: Maggie Reilly)



L'ultima volta che lei lo vide
trascinato dall'ombra del chiar di luna
se ne andò preoccupato e in allerta
trascinato dall'ombra del chiar di luna
perduto nel fiume lo scorso sabato notte
molto lontano, sull'altra riva
fu catturato nel bel mezzo di una lotta disperata
lei non riuscì a passarvi attraverso
gli alberi che mormorano alla sera
trascinata dall'ombra del chiar di luna
cantano una canzone di dolore
trascinata dall'ombra del chiar di luna
Tutto quello che lei vide fu la sagoma di una pistola
molto lontano, sull'altra riva.
Fu colpito sei volte da un uomo in fuga
e lei non riuscì a passarvi attraverso.
Io rimango, prego
ti vedrò in paradiso, lontano
io rimango, prego
un giorno ti vedrò in paradiso.
Le quattro di mattina
trascinato dall'ombra del chiar di luna
vidi la tua immagine prender forma
trascinata dall'ombra del chiar di luna
le stelle brillavano nella notte argentea
lontano sull'altra riva
"Vorresti a parlare con me stanotte?"
Ma lei non riusciva a passare attraverso.
Io rimango prego
ti vedrò in paradiso, lontano
io rimango, prego
un giorno ti vedrò in paradiso
Lontano sull'altra riva
preso nel mezzo di cento e più
la notte era tetra e l'aria era viva
ma lei non riusciva a vedere attraverso
trascinato dall'ombra del chiar di luna
trascinato dall'ombra del chiar di luna
...lontano sull'altra riva...

 
sciroppato da: Raymond | link | commenti (3)
categorie: luna piena, hit
martedì, 15 settembre 2009

Canzone

 

di Saint-John Perse

 

 

Fermato il mio cavallo sotto l’albero pieno di tortore, fischio un fischio così puro che non esiste promessa alle rive che mantengono tutti questi fiumi (foglie viventi di mattina sono ad immagine della gloria).

E non è che un uomo non sia triste, ma alzandosi prima di giorno e stando con prudenza nel commercio d’un vecchio albero, appoggiato il mento all’ultima sella, vede in fondo al cielo digiuno grandi cose che pure si mutano in piacere ...

 

*

 

Fermato il mio cavallo sotto l’albero che tuba, fischio un fischio più puro. E pace a coloro, se stanno per morire, che non hanno visto questo giorno. Ma del poeta mio fratello si sono avute notizie. Ha scritto una cosa dolcissima. Ed alcuni, si dice, ne avranno conoscenza...

 

(Traduzione di Giuseppe Ungaretti)

sciroppato da: Raymond | link | commenti (7)
categorie: autori, imboscate, reveal
mercoledì, 02 settembre 2009

Cammelle dolci

Cammelle dolci sotto la tosatura, cucite in garza di malva, s’avviino alle colline sotto i filari del cielo agricolo. 
S’avviino in silenzio sopra le incandescenze pallide della pianura, e si inginocchino alla fine, nel fumo dei sogni, dove i popoli nelle polveri morte della terra si annullano.
Sono grandi linee calme che se ne vanno verso scoloriture turchine di vigne improbabili. La terra in più di un punto matura alimentando le viole col temporale; e questi fumi di sabbia s’alzano al posto dei fiumi rinascenti, come lembi di secoli in migrazione.

sciroppato da: RaymondBabbit | link | commenti (6)
categorie: luna piena, spots
giovedì, 13 agosto 2009

Gossip

 

L’avvocato si dimena

rappresenta la sua scena

frigge tutta l’aria offesa

che gli oscura la difesa

è mansueta la sua faccia

fra la carta che lui straccia

solo un attimo s’ atteggia

tanto dopo si patteggia

coi moventi silurati

gli altri tutti condannati

a pagare un funerale

e un ammenda tutelare

 

la commessa si imbelletta

non nasconde la sua fretta

di trovare il fidanzato

con il petto sbottonato

che trasuda di fatica

e nasconde un’altra amica

dalla chiacchiera pungente

ed il seno prorompente

che si sbriga più dell’altra

a trovare la ribalta

di un incerto paladino

alle prese col destino

 

entra in scena una contessa

più la serva che è depressa

che le orienta il parasole

e un bisbiglio di parole

contro l’afa ed il bagliore

provocato da un dottore

che la visita e la sveste

con le mani troppo leste

pronto a dar la medicina

per la sera e la mattina

con il camice pulito

da strizzare col bollito

mentre ignora un altra bizza

che sua moglie gli organizza

 

sciroppato da: RaymondBabbit | link | commenti (4)
categorie: caramelle
lunedì, 27 luglio 2009

La Fata del Lago

 

 

Una volta, ma tanto tempo fa, un pastore sorvegliava le sue pecore sulla costa di una montagna bella nebbiosa terra del Galles settentrionale. Quel giorno il cielo era oscuro e le nuvole sovrastavano le montagne, nascondendo la vetta dell’alto monte di Snowdon.

 

Le acque del lago sottostante, di solito mosse e lucenti, immobili e fredde, erano color del piombo.

 

Improvvisamente, mentre il pastore sollevava lo sguardo verso le colline più vicine che salivano dolcemente, gli parve che il sole fosse spuntato illuminando la prima parte della vallata, perché le nuvole grigie avevano assunto un aspetto rosa pallido sopra al lago.

 

Ma quando rivolse lo sguardo verso l’acqua, si accorse che la luce veniva da un’isoletta prossima alla riva, non troppo lontana da dove si trovava egli stesso appoggiato al suo bastone. La luce non veniva proprio dall’isola, ma da una fanciulla che stava in piedi su di essa, pettinandosi i capelli dorati. Era la più bella fanciulla c’egli avesse mai visto o che si fosse mai sognato di vedere.

 

Il cuore del pastore fu subito pieno d’amore, dal momento in cui i suoi occhi si posarono su di lei. A bocca aperta, senza osar neppure di respirare, si avvicinò lentamente alla riva, finché non li separò una stretta lingua d’acqua.

 

La fanciulla allora lo scorse e, sorridendo dolcemente, gli si avvicinò e gli tese le mani. Senza nemmeno pensare a quel che faceva il pastore tolse dalla bisaccia il formaggio e il pane ben cotto che sua madre gli aveva dato per mangiare e glielo offrì.

 

Scivolando sull’acqua come se camminasse sulla terraferma, la fanciulla gli venne accanto, ma quando vide quello che egli aveva in mano, cantò:

 

Un pan troppo crudo mi dai da mangiare !

se non cambi offerta, amor mio non sperare

 

Poi, mentre egli le tendeva le braccia, scosse la testa e svanì nel lago.

 

Quella sera, tornato a casa, il giovane pastore narrò a sua madre quanto gli era accaduto e alla fine del suo racconto disse:

- Non posso vivere senza di lei. Non mi importa più nulla della vita se non riesco ad avere in moglie la fata del lago.

Il giorno dopo, siccome alla fata non era piaciuto il pane biscottato, la madre del pastore gli dette, insieme al formaggio, un pane morbido e ben lievitato ed egli si affrettò a ritornare presso il lago.

La bella fanciulla ritornò ancora una volta verso di lui scivolando sulle acque, mentre egli le porgeva il pane il pane ed il formaggio, e la chiamava dolcemente. Ma quando gli fu accanto e vide quel che aveva in mano, cantò:

 

Un pane mal cotto mi dai da mangiare

se non cambi offerta, amor mio non sperare !

 

Poi nonostante ch’egli le tendesse le braccia, scosse la testa e svanì nel lago.

Tornato a casa, il giovane pastore raccontò nuovamente a sua madre quanto gli era accaduto e terminò così:

- Non posso vivere senza di lei. Non mi importa nulla della vita, se non riesco ad avere per moglie la fata del lago.

A queste parole, sua madre si mise subito al lavoro e cosse per lui un pane speciale: questa volta non troppo cotto né troppo morbido, ma proprio al punto giusto: aveva una crosta croccante ed era ben lievitato, e all’interno era soffice e odoroso.

 

La mattina dopo il giovane pastore si recò ancora una volta al lago e rimase alla riva tutto il giorno, appoggiandosi al bastone e guardando ansiosamente verso l’isoletta. Ma non apparve nessuna fata e le nuvole calarono sempre più oscure fino a quando il lago non divenne di nuovo grigio come il piombo . Mentre stava per andarsene tutto disperato, scorse due o tre mucche scure che sembravano camminare sull’acqua; dietro a loro veniva la bella fanciulla.

Il pastore si affrettò di nuovo verso la riva ed entrò perfino nell’acqua gelida, chiamandola per porle il pane ed il formaggio. La fata si avvicinò al suo grido e, quando ebbe preso il pane ed il formaggio e l’ebbe assaggiato, cantò:

 

Il pane è ben cotto e lo posso mangiare !

con tutto il mio amore or ti voglio premiare !

 

Il pastore le tese la mano e le disse quanto l’amava e che sarebbe morto se non l’avesse potuta sposare. La fata gli prese la mano e lasciò che la guidasse a riva. Con voce dolce, gli rispose così:

 

- Anch’io ti amo e sarò tua moglie … una buona moglie, come può essere qualunque ragazza umana, ma ad una condizione: mi perderai per sempre, se mi percuoterai tre volte. Al terzo colpo, infatti, dovrò tornare volente o nolente, al palazzo di mio padre che è posto sotto le acque del lago.

Naturalmente il pastore promise di non colpirla mai ed essa lo seguì sulla terra ferma. Ma quando fu in cima alla collina, si volse e cantò così:

 

Giovenca brizzolata, di bianco picchiettata

giovenca a grandi toppe e tutta maculata;

e voi, mie quattro mucche, pomellate di rosso,

tu che sei vecchia e bianca, e stronfi a più non posso ...

e tu giovenca grigia, e tu giovenca nera,

insieme al toro bianco, seguitemi stasera !

 

Mentre cantava così, una mandria di giovenche uscì dal lago e la seguì. seguitò a cantare e la seguirono anche quattro buoi grigi, pronti a tirare l’aratro ed un gregge di pecore dal mantello folto e lucente.

 

Il pastore si portò a casa la fata del lago con la sua dote, si sposarono, vissero felicemente ed ebbero tre figli. Ma dopo la nascita del terzo, nel giorno fissato per il battesimo, accadde che il pastore dicesse alla moglie fata:

- La chiesa è troppo lontana per arrivarci a piedi coi bambini, vai a prendere i cavalli così arriveremo più in fretta e senza fatica. – La moglie rispose:

- Si certo; nel frattempo, per favore, vai a casa a prendermi i guanti.

Il pastore assentì e quando ritornò vide che la moglie non era ancora andata a prendere i cavalli. Allora le batté leggermente i guanti sulla spalla e le disse:

- Disobbediente ! Vai presto a prendere i cavalli come ti ho detto ! – La donna lo guardò in modo strano e mormorò:

- ... questa è la prima volta ! – Poi andò a prendere i cavalli.

 

Gli anni passavano ed il pastore e sua moglie vivevano felicemente. Nel Galles del Nord nessuno, prima di allora, aveva gustato latte e burro così buono come quello delle mucche fatate; nessun campo era coltivato così bene come quello arato dai buoi fatati ed in nessun altro posto si poteva trovare una lana fine come quella che cresceva addosso alle pecore fatate.

 

Ma un giorno, si celebrarono le nozze della figlia di un gran signore, padrone di un castello situato nel bordo del lago, con il vecchio proprietario di un castello posto sulle montagne. La moglie del pastore, che era presente alla cerimonia, scoppiò improvvisamente a piangere, nonostante la gioia e l’allegria che regnavano intorno a lei. Il marito la batté aspramente sulla spalla, sussurrandole:

- Attenta a non offendere i nostri ospiti ! Perché mai piangi ad un matrimonio ? – Essa rispose:

- Perché a quella coppia di sposi si sta preparando un triste futuro … ed anche per noi si prepara una disgrazia, perché questa è la seconda volta che mi batti senza ragione. Sta’ attento, sta’ molto attento, perché il prossimo colpo sarà l’ultimo.

 

Gli anni passarono ed il pastore cominciò a farsi vecchio, mentre i tre figli erano ormai adulti e studiavano la scienza medica.

Avvenne allora che morisse il gran signore proprietario di tutte le terre di quei paraggi e il pastore e sua moglie andarono al suo funerale. Mentre tutti piangevano, ad un tratto la fata si mise a ridere e le sue risate risuonarono fresche ed argentine. Essa non era invecchiata, ma era rimasta sempre la fanciulla bella e allegra che, un giorno lontano, era arrivata scivolando sulle acque del lago.

Stupito e vergognoso, il pastore la scosse per le spalle e le chiuse la bocca con la mano esclamando:

- Ti pare questo il modo di ridere ? – Essa rispose:

- Ridevo, perché quest’uomo che è morto si è lasciato alle spalle tutti i suoi guai. Ma ahimè, i tuoi guai devono ancora cominciare ! Mi hai colpito per la terza ed ultima volta e devo lasciarti.

Dal Lago mi chiamano ed io Devo Andare.

 

Così dicendo uscì dalla chiesa ed attraversò la campagna diretta verso il lago. Mentre se ne andava, cantava così:

 

Giovenca brizzolata, di bianco picchiettata

giovenca a grandi toppe e tutta maculata;

e voi, mie quattro mucche, pomellate di rosso,

tu che sei vecchia e bianca, e stronfi a più non posso.

E tu giovenca grigia, e tu giovenca nera,

insieme al toro bianco, seguitemi stasera.

 

Le mucche che erano nella stalla si precipitarono fuori, anche se molte di esse, ch erano strettamente legate, dovettero tirarsi dietro la mangiatoia. Mentre la fata seguitava a cantare la seguirono anche i buoi, ancora aggiogati all’aratro e le pecore che si trascinavano dietro gli agnellini belanti.

Tutte le bestie seguirono la fata oltre la collina fin dentro le acque del lago, e nessuno la vide mai più, ma ancor oggi resta sulla collina il segno dell’aratro tirato dai buoi fatati che avevano lasciato il lago per seguire la fata sulla terra.

Il vecchio pastore pianse amaramente la perdita della sposa, ma i figli lo consolarono dicendo:

- Non essere triste, padre caro. Essa veglia certamente su di noi e forse un giorno ritornerà.

 

Così, ogni notte, anche quando il padre fu morto, i tre figli solevano andarsene presso le acque scure del lago per chiamare la madre.

 

Una notte di luna piena esse venne da loro, sempre giovane  e bella come il pastore l’aveva vista. Salutandoli teneramente, disse loro che li amava ancora come prima e che li avrebbe aiutati se si fossero trovati nei guai; poi aggiunse sorridendo:

- Vi ho portato queste erbe magiche, con le quali diverrete i più grandi dottori di tutto il Galles. Eccovi un’erba per curare le malattie degli occhi, eccone una per curare le febbri ed eccone una terza per far rimarginare le ferite. Piantatele e coltivatele con cura; grazie ad esse la vostra fama si diffonderà ovunque e sarete onorati e rispettati.

 

Poi li salutò, ritornò nel lago e tutto avvenne come ella aveva predetto. Le piante crebbero e vennero usate dai figli, dai nipoti e dai pronipoti, e tutti gli abitanti di quel territorio benedissero con ragione  il nome della Fata del Lago.

 potete trovare altre favole come questa su:
Lib(e)ro

sciroppato da: Raymond | link | commenti (5)
categorie: favole
domenica, 12 luglio 2009

Postulato

 

di Christoph Wilhelm Aigner

 

Nella sezione trasversale il centro del nostro midollo spinale, la scatola grigia, presenta la forma di una farfalla. Se ipotizziamo che in media il midollo di un adulto sia lungo un metro, e lo tagliamo in fette di mezzo millimetro ciascuna, allora ne ricaviamo duemila farfalle, piccole e grandi, delle quali avvertiamo il battito d’ali, come quando ci piace davvero qualcosa o qualcuno.

E se si afferma, e potrebbe essere vero, che già una minuscola bugia si avverte al tatto come una farfalla si polverizzasse tra i palmi delle mani, è possibile misurare a quale usura sia soggetto il centro della nostra spina dorsale.




[… Before I sink

into the big sleep
I want to hear … I want to hear …
the scream of the butterfly

come back baby, back into my arms...]

 

Jim Morrison

When the Music’s over” - 1967

sabato, 27 giugno 2009

Suburbun Night

 

Non rallegriamoci troppo nella nostra capacità di estromettere il buio della notte per mezzo di un’enorme, impressionante rete di illuminazione artificiale, dalle piazze ai sotterranei, dai grandi teatri alle più vischiose latrine, dove abbiamo paura di sostare se l’interruttore, ancor più della serratura, non funziona:

aver tolto il buio, e in questo non aver di rimando illuminato il mondo, non ha cancellato la notte; e se compito era, di sicuro è stato eseguito male.

Adamo - La notte - 1965

Se il giorno posso non pensarti
la notte maledico te
e quando infine spunta l'alba
c'è solo vuoto intorno a me

La notte tu mi appari immensa
invano tento di afferrarti
ma ti diverti a tormentarmi
la notte tu mi fai impazzire

La notte

Mi fa impazzir mi fa impazzir

E la tua voce fende il buio
dove cercarti non lo so
ti vedo e torna la speranza
ti voglio tanto bene ancora

Per un istante riappari
mi chiami e mi tendi le mani
ma il mio sangue si fa ghiaccio
quando ridendo ti allontani

La notte

Mi fa impazzir mi fa impazzir

Il giorno splende in piena pace
e la tua immagine scompare
felice tu ritrovi l'altro
quell'altro che mi fa impazzire

La notte

mi fa impazzir
mi fa impazzir
mi fa impazzir

sciroppato da: RaymondBabbit | link | commenti (5)
categorie: autori, luna piena, kisses
giovedì, 18 giugno 2009

La storia necessita di precedenti
meglio se non penali.

(commento che dopo aver scritto da qualcuno, ho preferito cancellare)

sciroppato da: Raymond | link | commenti (3)
categorie: reveal
sabato, 13 giugno 2009

Nightporter

 

David Sylvian - Japan - 1980

 

 

Could I ever explain this feeling of love?

It just lingers on

The fear in my heart that keeps telling me

Which way to turn

 

We'll wander again

Our clothes they are wet

We shy from the rain

Longing to touch all the places we know we can hide

The width of a room that can hold so much pleasure inside

 

Here am I alone again

A quiet town where life gives in

Here am I just wondering

Nightporters go

Nightporters slip away

 

I'll watch for a sign

And if I should ever again cross your mind

I'll sit my room and wait until nightlife begins

And catching my breath, we'll both brave the weather again

 

Here am I alone again

The quiet town where life gives in

Here am I just wondering

Nightporters go

Nightporters slip away

 

sciroppato da: RaymondBabbit | link | commenti (5)
categorie: hit
sabato, 30 maggio 2009

L'Ira delle Fate

C'era una volta un principe il quale non sognava altro che mangiare e bere. Quando fu grande, decise di costruirsi un enorme palazzo per banchettarvi con i suoi amici. Ma nel regno di suo padre non vi erano molti alberi, ad eccezione di un folto boschetto che nessuno osava toccare , perché in ognuno degli alberi dimorava una fata.
Al principe però non importava nulla né delle fate né dei loro alberi, quindi armò di accette e scuri gli amici e i servitori dando loro ordine di abbattere quelle piante per costruire il suo palazzo: infatti si fa più presto a costruire con il legno che con le pietre, e la gran sala che aveva in mente di erigere all'interno aveva bisogno di lunghe travi e di numerosi travicelli per il tetto.
Gli amici del principe esitavano a toccare il boschetto delle fate. Ma il principe stesso afferrò una scure un'enorme quercia che sorgeva in mezzo alle altre piante gridando:
- Anche se quest'albero fosse una fata, e non soltanto una pianta a lei particolarmente cara, lo colpirei lo stesso, come faccio ora, e lo abbatterei per farne l'architrave della mia sala banchetti !
Così dicendo, incise profondamente il tronco con la scure. L'albero si lamentò e sembrò che dal lato ferito sgorgasse sangue insieme alla linfa vitale. Il principe lo colpì di nuovo e le ghiande impallidirono mentre dei rami ondeggianti si udì provenire una voce che gridava con tono adirato:
- Uomo empio e crudele ! smetti di colpire ! Questo è l'albero delle fate, e se lo ferisci. La nostra regina ti punirà.
Ma il principe rispose:
- Stai attenta, anche se sei una fata, perché potrei colpirti con la mia scure ! quest'albero e tutti gli altri di questo boschetto serviranno a costruire un palazzo nel quale banchetterò con i miei amici per anni ed anni, finché mi piacerà.
Mentre il principe ed i suoi compagni continuavano a colpire la povera pianta che gemeva e scricchiolava, la voce si fece udire di nuovo:
- La punizione per la tua malvagità e la tua ingordigia è vicina ! Bada, perché io sono la fata di quest'albero e la nostra regina mi ama più di ogni altra fata al suo seguito !
Ma il principe si limitò a ridere e ben presto la grande quercia rovinò al suolo. Poco dopo il boschetto di querce e di pioppi venne abbattuto; gli alberi divennero pilastri, travi ed assi, e ben presto fu costruito un palazzo con un ampio salone dove il principe banchettava tutto il giorno e buona parte della notte con i suoi amici oziosi.
La fata dell'albero però si mise in cammino, dirigendosi verso il castello della regina delle fate che regnava su tutti gli alberi e tutti i fiori che crescono sulla terra. Quando vi giunse la supplicò di punire il principe malvagio che aveva fatto abbattere il boschetto,
- Sarà come desideri ! disse la regina delle fate - Prendi il mio cocchio tirato da draghi, e recati da quella strega malvagia chiamata Fame. Quando l'avrai trovata dille le ordino di andare da questo principe e di stregarlo con le sue arti. Fa' che essa s'impadronisca di lui, i morsi della Fame diventeranno sempre peggiori, lascia che in lui la Fame diventi allora un fuoco rovente e sempre più atroce.
La fata dell'albero dovette fare un viaggio lungo e pericoloso. Ma, alla fine, giunse ad una caverna in un monte tutto avvolto nel ghiaccio, dove poté trasmettere l'ordine ad una vecchia ed orribile strega che sembrava tutta pelle, tendini ed ossa. Quando l'ebbe udito, la Fame emise un riso stridulo, si stropicciò le mani ossute e un istante dopo era già partita per compiere la sua missione, facendosi trasportare con selvaggia grida di giubilo dal freddo vento del Nord.

Il principe dormiva, dopo aver gozzovigliato tutto il giorno e, quando la Fame entrò in lui, cominciò a sognare di starsene seduto a tavola nella sala dei banchetti, ma gli sembrò che ogni pietanza postagli davanti si tramutasse in aria fredda non appena se la portava alle labbra, tanto che egli batteva e digrignava i denti senza riuscire a serrare su nulla.
Si svegliò con una fame tremenda e gridò che gli venissero subito portati tutti i cibi ed i vini del mondo. Venti cuochi dovevano preparargli le vivande e dodici servitori dovevano passargliele e mescergli del vino. Ma più mangiava e più aveva fame. Più bevevo e più aveva sete e per quanto mangiasse, ogni giorno diventava più magro.
Ormai nella grande sala dei banchetti non si tenevano più feste e il principe si sedeva tutto solo, intento a mangiare e a bere. Il re e la regina, suoi genitori, avevano il cuore spezzato e si vergognavano della terribile maledizione caduta sul capo del loro figliolo.
Inventavano delle scuse per quelli che vanivano a visitarlo:
- Non è in casa … è stato gravemente ferito dalla zanna di un cinghiale … è andato a contare i suoi greggi di pecore sul monte … non può ricevervi perché è stato colpito da una piastrella durante i Grandi Giochi …
Ma alla fine si abbandonarono alla disperazione e morirono ambedue. Ben presto il principe divenne tanto povero che dovette mettersi a vagabondare come un mendicante. Infatti, quando ebbe divorato tutti i suoi greggi e le sue mandrie, i suoi cavalli e i suoi muli e persino il gatto che acchiappava i topi, dovette vendere tutto quello che v'era nel suo regno per comprarsi cibo e bevande, fino a quando non ebbe più nulla si suo e gli rimase solo Mestra, sua figlia.
Tutti e due si diressero verso paesi stranieri, dove chiedevano l'elemosina per mangiare. Mentre camminavano, spesso il principe si fermava per mangiare l'erba come un bove, o per masticare perfino la corteccia degli alberi.
Nel vagare in una landa desolata e presso gli aridi scogli in riva al mare, il principe sentì il morso della fame così feroce che decise addirittura di mangiare sua figlia Mestra. Ma questa cominciò a correre, chiedendo aiuto alle fate del mare profondo ed esse le concessero la facoltà di trasformarsi come voleva.
Quando alla fine il principe la raggiunse, ella era svanita ed al suo posto un pescatore alto e muscoloso se ne stava presso la riva del mare.
Il principe affamato gli gridò:
- Ehi, tu che lasci penzolare la lenza nel mare ! Ti auguro un mare calmo e molti pesci poco furbi che si lascino adescare ! Dimmi, presto, dov'è quella fanciulla che era qui poco fa, con i capelli spettinati e vestita di stracci ? Eppure l'ho vista proprio dove sei tu ora … Guarda, Guarda ! Le sue tracce arrivano fino a te e poi spariscono …
Mestra si rese conto che le fate del mare avevano esaudito le sue preghiere e rispose con la voce del pescatore:
- Non posso esserti d'aiuto. Da quando sono qui, su questa spiaggia non v'è stato nessuno oltre a me e giuro che non ho visto anima vivace non me stesso durante tutta la giornata.
Il principe non sospettò nulla e non essendo tanto forte da uccidere e mangiarsi il pescatore, decise di accontentarsi di un pesce catturato proprio in quel momento.
Sicura di poter sfuggire ormai alla fame del padre trasformandosi in un uccello e volando via, Mestra riprese il proprio aspetto, con gran sorpresa del principe. Ma ben presto egli escogitò uno stratagemma per guadagnare denaro e comprarsi del cibo.
Infatti, quando giunsero in una città, vendette Mestra come schiava, dicendole di cambiare forma e di raggiungerlo non appena fosse stato fuori dalle mura, al sicuro.
Così vagarono di paese in paese e il principe vendeva Mestra ovunque andassero, per poi ritrovarla sotto forma d'uccello o di altro animale e rivenderla nel suo verom aspetto quando capitava l'occasione.
Alla fine la vendette una volta di troppo. La comprò Autolico, il capo di una banda di ladri, che viveva rubando il bestiame e mutandone il colore. Questi non si fece scappare Mestra sotto alcuna nuova forma, ma la prese in moglie e si fece aiutare da lei nei suoi imbrogli e nelle sue imprese ladresche.
Il principe affamato venne abbandonato in un posto deserto e lì morì.

(...eppur qualcuno sostiene che invece di morire, codesto principe si dette alla politica e trovò sempre modo di aver la pancia piena; come al solito dove sta la verità, dopo tanto tempo, non è dato a noi sapere...)

 potete trovare altre favole come questa su:
Lib(e)ro

sciroppato da: RaymondBabbit | link | commenti (9)
categorie: favole
domenica, 24 maggio 2009

Inno all’Oceano

 

di George Gordon Lord Byron

 

Ondeggia. Oceano nella tua cupa e azzurra immensità.

A migliaia le navi ti percorrono invano;

l’uomo traccia sulla terra i confini,

apportatori di sfortune,

ma il suo potere ha termine sulle coste,

sulla distesa marina.

I naufragi sono tutti opera tua,

e l’uomo da te vinto,

simile a una goccia di pioggia,

s’inabissa in un gorgoglio lamentoso,

senza tomba, senza bara,

senza rintocco funebre, ignoto.

. . . . . . .

Che cosa resta di Assiria, Grecia, Roma,

Cartagine?

Bagnavi le loro terre quando erano libere e potenti.

Poi vennero parecchi tiranni stranieri,

la loro rovina distrusse i regni in deserti;

non così avvenne per te, immortale

e mutevole solo nel gioco selvaggio delle onde

il tempo non lascia traccia

sulla tua fronte azzurra.

Come ti ha visto l’alba della Creazione,

così continui a essere mosso dal vento.

E io ti ho amato, oceano,

e la gioia dei miei svaghi giovanili,

era di farmi trasportare dalle onde

come la tua schiuma;

fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,

una vera delizia per me.

E se il mare freddo faceva paura agli altri,

a me dava gioia,

perché ero come un figlio suo.

E mi figuravo le sue onde, lontane e vicine,

e giuravo sul suo nome, come ora.



André Derain - Barges - 1906

 

sciroppato da: Raymond | link | commenti (4)
categorie: autori, hit
sabato, 16 maggio 2009

Grazie ad Anyanka, che nel suo amabile blog risponde a questi stessi quesiti, provo a rivelarvi i miei gusti letterari. Naturalmente, a chi interessa :-)

 

 

1) Quando leggi un libro fai l'angolo alla pagina od usi un segnalibro?
i segnalibri per me non sono pratici

2) Hai già ricevuto libri in regalo?
un tempo era un bel regalo

3) Hai mai pensato di scrivere un libro?
v’è andata bene perché non ci penso nemmeno

4) Cosa ne pensi dei libri tipo trilogie?
di solito un soggetto è già consumato alla seconda uscita

 

5) Hai un libro che ritieni un "cult" per te?
storie di ordinaria follia – Charles Bukowsky

6) Ti piace rileggere i libri?
alcuni, non tantissimi ad essere onesti, li ho riletti più di cinque volte

7) Ti piacerebbe incontrare gli autori dei libri che leggi?
Li ho già incontrati mentre li leggevo, se mi sono piaciuti.

8) Ti piace parlare delle tue letture?
No, perché non c’è un collegamento logico tra loro

9) Come scegli i tuoi libri?

girando per caso vicino alla bancarella della mensa consortile

10) Una lettura inconfessabile?
Cuore – Edmondo de Amicis

11) Il tuo posto preferito per leggere?
A letto di fianco con il gomito sinistro infilzato nel materasso che dopo un po’ inizia a formicolare.

12) Qual'è il tuo libro ideale?
il libro che non cercavi e scopri per caso (o in casa)

13) Leggere da sopra la spalla?
Ma neanche io ho capito bene ... forse significa sbirciare mentre sta leggendo un altro. In questo caso no.

14) Televisione, videogioco o libro?
Nulla esclude gli altri

15) Leggere e mangiare?
se uno c’ha fame ...

16) Un libro elettronico?
spero non mi dia la scossa se non rimango attento

17) Libro prestato o comprato?
Come lo trovo

18) Hai già abbandonato la lettura di un libro?
Si, svariate volte, quando proprio non “camminava”

19) Qual'è il primo libro d'amore che hai adorato?
Cime Tempestose – Emily Bronte


20) Il tuo libro preferito?
Il cielo è rosso – Giuseppe Berto

21) Il tuo scrittore preferito?
Gianni Rodari

22) Genere preferito?
Libri di favole :-)

23) Qual'è il libro che proprio non ti è piaciuto?
L’Ulisse di Joyce, sono uno di quelli che non ci ha capito nulla...

24) Guardi i film dopo aver letto il libro?
a volte anche il contrario

25) Tieni i libri, li presti o li dai via?
Se li presti non tornano mai, un po’ come le audiocassette tempo fa

26) Leggi in bagno?
Le etichette dello shampoo

27) Conclusione?

Grazie Any ! Many kisses :***

sciroppato da: RaymondBabbit | link | commenti (4)
categorie: caramelle, kisses